Recensione “Miss Violence”, di Alexandros Avranas.

21 Nov

miss-violenceTitolo: Miss Violence

Regia: Alexandros Avranas

Sceneggiatura: Alexandros Avranas, Kostas Peroulis

Interpreti: Themis Panou, Kostas Antalopoulos, Eleni Roussinou

Fotografia: Olympia Mytilinaiou

Produzione: Farilo House Productions, Pays2place Productions

Paese: Grecia, 2012

Durata: 98 min

Colore

Mi chiedo sempre chi abbia il potere: chi colpisce o chi prova il dolore? 

Alexandros Avranas

Festa di compleanno in un interno familiare: bambini ben vestiti, musica, una torta. Poi, all’improvviso, un salto giù dal balcone, consapevole e voluto, e un vestito bianco da cerimonia che si sporca di sangue.

Angeliki ha appena compiuto undici anni quando decide di suicidarsi, senza alcuna motivazione apparente. Insegnanti e assistenti sociali si interrogano e cercano le motivazioni  in una famiglia semplice e rispettabile, in una casa pulita e funzionante come un ingranaggio ben oliato, guidata dal nonno (Themis Panou) che con tenacia vuole superare il dolore del lutto e fare in modo che tutto torni alla normalità, come se nulla fosse accaduto. Questa negazione del ricordo del defunto, quasi una sorta di damnatio memoriae borghese, viene perseguita e ordinata dal patriarca con un accanimento che inizialmente suscita quasi pietà nello spettatore (è questo un modo forse per esorcizzare il dolore della scomparsa?) ma progressivamente rivela ben altre motivazioni, più inquietanti della morte stessa.

Guardando il film di Alexandros Avranas non si può fare a meno di pensare ad un altro grande film greco degli ultimi anni: Dogtooth di Yorgos Lanthimos. In entrambi i casi, infatti, l’interno di un ambiente familiare apparentemente normale, minato in verità da una logica interna folle e violenta, travalica i confini della domesticità delle mura familiari per diventare metafora della storia Greca contemporanea. Sia in Dogtooth che in Miss Violence, inoltre, la figura paterna assume quasi le sembianze del pater familias dell’antica Roma, che comandava sulla sua casa con autorità e rigore, disponendo dell’esistenza delle cose e delle persone che l’abitavano. Per i due registi il termine “padre” è lontano da qualsiasi rassicurante luogo comune, sebbene i padri di questi due film proprio di quei luoghi comuni vestono la maschera. In Miss Violence l’inganno è ancor più accentuato, in quanto il capo famiglia, padre di tre figlie, è anche nonno di due nipoti, che vivono nella sua casa e devono sottostare al rigore della sua volontà; volontà che in questa abitazione pulita e ordinata in modo innaturale (con tante persone che l’abitano mai nulla è fuori posto, nessuna superficie è meno che brillante) diventa l’unica legge possibile, diventa potere.

Se la figura paterna e i luoghi comuni che rappresenta vengono letteralmente distrutti dal regista, accentuandone proprio quegli aspetti più rassicuranti sino al paradosso, è importante non dimenticare che Miss Violence, in realtà, è un dramma al femminile, in cui sono le donne di questa famiglia tranquilla e silenziosa a catalizzare l’azione o ad imporre la stasi. Sono le donne a fare in modo che la volontà del nonno diventi legge, assecondandola attraverso il silenzio, l’incapacità di ribellarsi, la totale mancanza di solidarietà tra vittime, proprio come un popolo non più tale, che sancisce la vittoria di un potere opprimente non tramite l’assenso bensì attraverso l’impotenza. Le donne di Miss Violence sono tutte “signore della violenza”, perché la subiscono e perché la autorizzano attraverso il loro essere un coro muto, che con un atteggiamento passivo e sottomesso alimenta e autorizza la violenza del pater e del suo potere.

A dispetto di un titolo così forte, e delle tematiche trattate, il film di Avranas è ferreo e rigoroso come un’architettura razionalista e sono proprio gli ambienti a parlare, più delle bocche dei personaggi: ambienti perfettamente in ordine, perfettamente tenuti, curati con attenzione maniacale, ampi e luminosi, silenziosa esaltazione di quel potere autoritario e violento che, proprio attraverso il silenzio è riuscito a manifestarsi e consolidarsi. Questo rigore degli spazi si rispecchia nell’interpretazione degli attori, nei volti e nella gestualità mai eccessiva, capaci di contenere al massimo qualsiasi emozione forte così come la peggiore delle aberrazioni.

L’ordine in Miss Violence sta al silenzio così come la morte sta alla ribellione: è per questo che la rigorosa architettura costruita dal patriarca inizia a crollare con il salto nel vuoto di Angeliki, con la negazione di quell’apparenza così tanto ostinatamente cercata (la morte durante un giorno di festa; un vestito bianco sporco di sangue). Nel silenzio ordinato di questa casa, la morte è il venir meno di quell’ordine imposto dall’alto, è il caos che scompiglia i piani del potere che, come la storia insegna, solo attraverso la follia travestita da razionalismo estremo può trovare terra fertile alle sue fondamenta.

Trarre il meglio da quel che c’è!

11 Mag

Leggendo il blog di Annamaria Testa mi sono imbattuta in una riflessione che mi è davvero piaciuta molto, ovvero su come, in tempi di crisi, l’arte di ricavare piatti succulenti dagli avanzi del giorno prima possa divenire una metafora della creatività.

“La metafora del cucinare con gli avanzi mi sembra suggestiva e fertile perché rimanda a un gesto per eccellenza creativo: ottenere buoni risultati con molti vincoli, partendo da risorse scarse e agendo con tutta la flessibilità necessaria  a trasformare un difetto, un errore o una carenza in uno stimolo.
È qualcosa di sostanzialmente diverso dall’arrangiarsi: nel primo caso, si tratta di sopperire a una mancanza mettendoci un di più di energia e di inventiva, fino a ottenere un risultato eccellente e inatteso. Nel secondo caso, si tratta di rabberciare una soluzione qualsiasi, mescolando improvvisazione, furbizia e, se serve, faccia tosta”.

Annamaria Testa

Occhi di maschio, di Daniela Brancati.

30 Nov

Occhio di maschioQuella di Daniela Brancati è una storia della TV raccontata dalla parte dei vinti, ovvero delle donne. Perché altro non sono coloro la cui immagine è stata narrata, definita, modellata dall’occhio dei vincitori. Occhio di maschio, occhi dei maschi, che la TV la fanno, la dominano. Che l’hanno dominata sino ad oggi, visto e considerato che Lorenza Lei, ex direttrice della Rai, è stata la prima donna ad aver ricoperto, sin’ora, questo ruolo in Italia.

Pur godendo dell’oggettività e dell’obiettività dei dati, delle ricerche statistiche, delle tabelle,  la storia raccontata dalla Brancati suscita rabbia e sdegno. Perché è il racconto di un disegno politico e culturale che risale ai tempi del fascismo (per cui la donna altro non era se non moglie e madre) e si è perpetuato, alimentato, accresciuto lungo il corso del dopoguerra, attraverso modalità diverse ma lasciando, sostanzialmente, inalterato l’obiettivo di fondo. Tra le pudiche vallette delle trasmissioni degli anni ’50 e le attuali veline e simili, sembra esservi un abisso; in realtà, solo di forma. In entrambi i casi, infatti, il ruolo subordinato della donna rispetto al conduttore è palese e ben presente agli occhi dello spettatore. E ancor più rabbia fanno le giustificazioni di un certo tipo di mercificazione del corpo femminile, quelle che affermano di giocare con lo stereotipo della “donna oggetto” al fine di denunciarlo. Per usare le parole della Brancati, è parodia, si dirà. Forse, ma perché sempre sulla nostra pelle? […] Ciò che gli uomini non capiscono – i migliori intendo, che degli altri non merita parlare – è che un’immagine proposta una volta è per ridere. Proposta per 65 puntate (più le repliche) diventa un modello.

Pur essendo stata scritta da una studiosa e professionista con anni di televisione alle spalle (è stata, infatti, la prima direttora di un TG nazionale in Italia), questa storia della TV italiana edita dall’editore Donzelli ha il sapore amaro, tragico, di una guerra che, anche se non ancora persa, ha conosciuto più sconfitte che vittorie. Il risultato di queste sconfitte mostrano una situazione ancor oggi sbilanciata in modo grottesco; una situazione in cui, proprio come negli spot di cinquant’anni fa, ancor oggi vediamo pubblicità in cui alla donna sono destinati i lavori domestici: suo è il compito di eliminare l’enorme batuffolo di polvere che si aggira per la stanza; suo il compito di pulire il pentolone incrostato per poter diventare regina del reame (di casa, ovviamente); sua la casetta perfetta che il marito, eterno bambino, sporca giocando con i suoi amici. La donna in TV è chiamata a mostrarsi, a lamentarsi, ad impressionarsi. Non conviene che lei vesta il ruolo di esperta, se non del gossip o degli affari di cuore, e le quote rosa altro non sono che il tentativo di imporre, con la “forza”, quello che ancor oggi a livello socio culturale, a livello pratico, non avviene.

Ripercorrendo gli anni salienti della storia della televisione italiana, Daniela Brancati restituisce, dunque, un impietoso resoconto sulla società italiana, per cui l’unica, reale regola che vale ed è sempre valsa è che tutto cambi affinché non cambi, in realtà, proprio nulla. Un libro assolutamente imperdibile.

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Titolo: Occhi di maschio.

Autore: Daniela Brancati.

Editore: Donzelli.

Pagine: 291.

Prezzo: 18,00 euro.

Pubblicazione: luglio 2011.

ISBN: 978-88-6036-634-4

L’inutilità delle idee.

17 Nov

Ho scoperto di essere uno “spreco di denaro pubblico”. Non io, ma il mio lavoro. Essendo un lavoro che faccio in prima persona, con grande passione e tenacia, di riflesso io sono inutile quanto il mio lavoro.

Ho scoperto che il mio lavoro crea spreco. Non la fase a valle, che può tradursi nella stampa di un manifesto piuttosto che nella realizzazione di uno spot. No, è la fase a monte ad essere fonte di spreco, ovvero quella che coincide con l’elemento creativo, con l’ideazione dell’intero lavoro. Mi hanno detto che pagare per ciò che c’è a monte sarebbe uno spreco di denaro pubblico: cosa che, detta da soggetti facenti parte di una categoria, quella della pubblica amministrazione, nota proprio per le spese non sempre di generale utilità, suona quanto meno ridicolo. Oltre che offensivo. Oltre che denigrante.

Non è la prima volta che mi trovo di fronte a questa paradossale situazione: idea vs realizzazione; fase progettuale vs materiale esecuzione. Una contrapposizione assurda, che non ha senso, in quanto l’una non esclude l’altra ma entrambe sono in strettissima correlazione. Non può realizzarsi un progetto che non preveda una fase ideativa; al tempo stesso, un’idea non realizzata rimane voce senza corpo, acqua di un fiume che scorre alla ricerca del suo sbocco sul mare. Qualcuno potrebbe pensare che queste affermazioni siano banali, ma evidentemente così non è e malgrado si faccia un gran parlare di concetti quali creatività, innovazione, idee, molti soggetti con cui è necessario interfacciarsi per lavoro continuano a vedere il lavoro stesso come qualcosa traducibile unicamente con qualcosa che debba dare una materiale contropartita che si possa vedere, toccare, consumare. Le idee non si toccano, le idee non si consumano: cambiano, si metamorfizzano, possono esser messe in discussione e mettono in discussione mentalità preconcette, modi di pensare atrofizzati.

Negli anni ’60, gli artisti del movimento concettuale ritenevano che il gesto artistico avesse il suo vero cuore nella dimensione mentale. Una volta realizzata materialmente, l’opera perdeva parte della sua energia, della sua anima, così pienamente compiuta nella mente dell’artista sotto forma di idea. Una visone estremizzata del concetto di opera d’arte, quasi mistica, eppure fondamentale e oggi straordinariamente attuale se consideriamo che sono proprio coloro che lavorano con le idee ad essere i lavoratori più numerosi e attivi di questo paradossale paese.

A Hollywood dilagava più surrealismo di quanto avrebbero potuto inventarne tutti i surrealisti in un’intera vita ha affermato Man Ray. Sento di poter affermare lo stesso di questa Italia attuale, sempre più sprofondata nel ridicolo, nel paradosso, icona di un surrealismo nero che potrebbe essere l’idea (guarda un po’) ispiratrice di un cortometraggio di Jan Švankmajer.

Tra Spazio e Tempo ed esortazioni per spiriti liberi.

10 Nov

Trova il tuo posto nel mondo: mi ha sempre affascinata questa esortazione. Ha un qualcosa di solenne, che sembra collegare il proprio piccolo presente al grande flusso della Storia, come se gli uomini non avessero mai cessato di passare da una fase nomade ad una sedentaria. Al tempo stesso, questo invito un po’ antico possiede una componente brutalmente materialistica e concreta, la stessa materialistica concretezza di un oggetto collocato in un punto ben preciso: uno scaffale, una vetrina, un cassetto nascosto. Ma il fascino di questa espressione è il suo essere anche terribilmente romantica, divisa tra i toni di un romanzo di formazione ottocentesco e il viaggio di un instancabile esploratore che riesca, infine, a trovare un luogo in cui fermarsi.

Lo Spazio è sempre la presenza fisica di una dimensione e percezione mentale. Esso è stasi, stabilità, immutabilità; sicurezza, ma anche noia. E’ lo strumento in cui il Tempo si imprime per eternizzarsi, l’ambizione a un divenire senza fine. Lo Spazio è qualcosa che va modellato affinché possa trasformarsi in “posto”, il nostro posto; il Tempo, invece, non indugia e prosegue senza concedersi gesti da vasaio atti a modellare il volto del mondo. Passato e Futuro sono categorie che ci illudono che il Tempo possa farlo, ma in realtà esso non è che un Presente di cui abbiamo reale percezione solo una volta che è andato perduto.

In questa linea retta senza fine alcuna, fatta di continui cambiamenti, costante ricerca, trovare il proprio posto nel mondo corrisponde al momento in cui si tenta di riprendere fiato dopo una corsa fatta senza mai fermarsi. Una corsa che può ricominciare dopo poco o lungo tempo, non è questo il punto: chi trova il proprio posto nel mondo è il viaggiatore i cui passi procedono sicuri perché imprimono la propria forma nell’argilla morbida della Terra. Non è un’impronta imposta in cui cercare di inserire, con fatica, il piede, bensì qualcosa creato ex novo da chi è artefice del proprio destino. Forse è per questo che una tale forma di esortazione ha un sapore così vintage, come un vecchio libro sul comodino di un anziano parente, ma al tempo stesso è così ben gradita:  in essa c’è l’augurio di un viaggio che diventi cammino e non salti fatti per rincorrere l’effimera corsa del tempo.

La parola immaginata. Teoria, tecnica e pratica del lavoro di copywriter, di Annamaria Testa

3 Nov

La parola ha un potere evocativo: ben lo sanno i poeti, i politici e i copywriter. La parola è suono, immagine e, soprattutto, contenuto: un abisso si nasconde dietro di essa, fatto di ricordi personali e di appartenenza socio-culturale; di archetipi inconsci e riferimenti alla più diretta quotidianità. Chi lavora nel settore della pubblicità sa che le parole, così come le immagini, hanno un ruolo che va ben oltre la mera promozione di un prodotto, di un evento, di un uomo, perché di quel prodotto, di quell’evento, di quell’uomo esse contribuiscono a costruire la percezione che ne avrà il pubblico. Un valore, questo, ben superiore a quello di qualsiasi cifra economica.

È interessante notare come il concetto di percezione lega la pubblicità alle arti figurative. La percezione è qualcosa che va oltre il semplice sguardo, qualcosa di più profondo, che si radica nella mente di chi osserva o ascolta. È ciò che permette ad alcuni oggetti di diventare veri e propri status symbol, da esaltare fanaticamente o demonizzare. È ciò che permette ad un’immagine o una parola di diventare icona del proprio tempo e, quindi, di rimanere nella storia.

Come però osserva Annamaria Testa nel suo bel libro, La parola immaginata, edito dalla casa editrice Il Saggiatore, di questo tempo, di questa storia, la pubblicità sembra aver smesso di essere lo specchio spudorato e anche in questo caso non si può che fare un paragone con le arti visive. Divise entrambe tra solipsismo per addetti ai lavori e una creatività spesso stantia e convenzionale, pubblicità e arte sono ormai lontane dagli anni delle scuole, dei movimenti e delle ideologie, fuse queste ultime in un mare magnum da cui attingere e in cui spesso anche il politicamente scorretto altro non è che provocazione fine a se stessa.

Così come per l’arte, anche per la pubblicità è dunque fondamentale tornare alle basi del mestiere, ripartire dall’immagine  ripartire dalla parola, vista nel suo ruolo semantico ed iconico. Parola immaginata, appunto, che rende il prodotto fattibile di essere percepito (positivamente o negativamente) dal pubblico. Parola che si veste visivamente ma che attinge a immagini ben più profonde, a quel mondo in cui le parole richiamano ricordi personali e appartenenza collettiva, significati antichi e riferimenti quotidiani.

Di questa parola, Annamaria Testa è stata una dei migliori professionisti italiani e ai suoi lettori offre non solo la possibilità di avere un approccio di tipo pratico, offrendo ne La parola immaginata esempi sull’utilizzo della parola nella pubblicità o del ruolo del copywriter in agenzia, ma spingendoli ad andare oltre, a riflettere su quel ruolo di specchio spudorato che forse, malgrado tutto, la pubblicità continua ancora ad avere e che forse proprio per questo continua a renderla oggetto di critiche, spesso infondate. Perché come l’arte, anche la pubblicità è al di là delle categorie di giusto o sbagliato: essa può funzionare o meno rispetto all’obiettivo del cliente, sia questo una multinazionale o uno Stato o un’associazione no profit. La verità è che, proprio come l’arte, la pubblicità è fatta da uomini per parlare ad altri uomini e, in quanto forma di comunicazione, non può impedirsi di parlare, di essere specchio della società in cui viviamo. Quindi, di fronte alla volgarità o alla violenza o al nulla che spesso vengono celebrati negli spot, dovremmo chiederci cosa è accaduto per essere diventati un target a cui categorie come volgarità, violenza o il nulla possono adattarsi per esprimerne i valori.

Titolo: La parola immaginata. Teoria, tecnica e pratica del lavoro di copywriter.

Autore: Annamaria Testa.

Editore: Il Saggiatore.

Pagine: 249.

Prezzo: 11,00 euro.

Pubblicazione: 2009.

ISBN: 978-885650152-0

Fare contro Pensare, ovvero quando laurearsi è una colpa.

26 Ott

Sia chiaro: non ho assolutamente nulla contro chi fa una professione tecnico-artigianale, né contro chi questo tipo di scuole ha fatto. Dal mio punto di vista ognuno dev’essere libero di fare ciò che più gli aggrada e non è detto che tutti debbano raggiungere il traguardo della laurea per sentirsi realizzati. Da laureata in Storia dell’Arte ed ex allieva di un liceo Classico, però, mi fanno terribilmente imbestialire i continui, sistematici attacchi rivolti a chi  ha frequentato il liceo o nei confronti di chi si è iscritto ad una facoltà umanistica o nei confronti di coloro che hanno deciso, ahimè, di “rimandare” il loro personale appuntamento con la storia per stare con la testa sui libri e studiare all’Università.

Di solito non guardo i telegiornali, ma lascio la TV accesa in sottofondo, soprattutto quando sto facendo un lavoro particolarmente noioso, e questo mi fa spesso incappare nei nostri patrii notiziari televisivi. Proprio ieri, mentre sorseggiavo il mio caffè corretto col latte, sento un titolo del TG2 che ha particolarmente catturato la mia attenzione. Nel titolo in questione si annunciava il soddisfacente superamento delle iscrizioni negli istituti tecnici, le scuole del “fare”, rispetto ai licei.

Inizialmente non riuscivo a capire perché la voce della giornalista si ripetesse in loop nella mia mente: detto in modo estremo, che i ragazzi di oggi si iscrivano più ad un istituto tecnico rispetto ad un liceo può, nel migliore dei casi, farmi piacere, nel peggiore dei casi non cambiarmi minimamente la giornata. Ricordo molti ragazzini e ragazzine a cui ho dato ripetizioni negli anni passati, giovanotti e giovanotte costretti dai genitori a frequentare un liceo o l’Università sebbene ciò che desiderassero più fare fosse “imparare un mestiere” e mettersi a lavorare; così come ricordo molti ragazzetti e ragazzette, nobili braccia rubate all’agricoltura, costretti a prepararsi per la lezione di filosofia o di letteratura inglese quando avrebbero preferito cimentarsi con discipline dall’approccio più pratico e meno metafisico. Lo stesso servizio non conteneva nulla di particolarmente significativo da colpirmi, eppure quel “fare” così in bella vista, così esaltato, così ricco di significato ha suscitato in me un fastidio reale e profondo; anzi, diciamo che mi ha fatto proprio incavolare, ed è presto detto il perché:

perché quel “fare” posto così in evidenza presuppone una categoria contrapposta, ovvero quella del “pensare”. Categorie che già di per sé non hanno senso, soprattutto se riferite alla scuola, dove fare e pensare dovrebbero andare a braccetto sia negli istituti tecnici che nei licei

perché il “fare” a cui si riferiscono questi nostri giornalisti, questi nostri politici, è quello del mestiere, inteso come lavoro prettamente manuale di cui, ce lo sentiamo ripetere sempre, in Italia c’è tanto tanto tanto bisogno (a differenza di coloro che praticano le ormai inflazionate “arti liberali”, choosy bravi solo a lamentarsi)

perché, secondo questa logica, il “fare” appartiene solo a chi fa un lavoro manuale, a chi produce qualcosa di fisico e materiale, mentre chi appartiene alle categorie delle professioni intellettuali non fa perché pensa troppo, dice troppe chiacchiere che, a conti fatti, di concreto e produttivo non hanno nulla.

Ieri pomeriggio, dunque, per la prima volta mi sono resa conto che non ho “fatto” nulla nella mia vita. Almeno secondo questa logica. Perché mi sono diplomata al liceo Classico, tempio della “chiacchiera vacante” (per mutuare un’espressione dal mio dialetto), ovvero della chiacchiera vuota, priva di materiale e concreta ripercussione (dopo tutto, con la parafrasi di Omero non ci confezioni un vestito né ci ripari una tubatura o servi in tavola una pietanza prelibata). Non contenta, ho continuato a fare il parassita della società iscrivendomi ad una facoltà inutile come Storia dell’Arte, in un paese che ama masturbarsi con il pensiero di avere il maggior numero di opere d’arte al mondo bla bla bla per poi fregarsene totalmente o usare suddette opere per ottenere soldi, pochi, sporchi e veloci. Infine mi sono messa a fare, mi si passi il termine improprio, un lavoro che evidenzia in tutto e per tutto la mia propensione all’accidia sociale.

Probabilmente queste sono tutte mie elucubrazioni senza capo né coda e nulla di tutto questo era minimamente inteso nel servizio incriminato. Ma questo “fare” pesa su noi laureati come un macigno, come una colpa, perché effettivamente chi ha deciso di studiare, di specializzarsi in una professione, per questa gente che parla e che comanda altro non è che un arrogante, una persona che non fa e che, quindi, è fondamentalmente inutile. Inutile quanto il pensare.