Ricerca e start up: il caso di ReHub.

15 Ott

Ci sono periodi dell’anno in cui, un po’ per il lavoro, un po’ per pigrizia, difficilmente esco di casa. In effetti, in me si scontrano spesso due diverse tendenze: quella di rimanere “barricata” nel mio studiolo, attaccata ai libri e al  computer, e quella di buttare tutto all’aria, afferrare una valigia e scappare. Venerdì scorso è stata una di quelle giornate in cui la fuga ha prevalso sul sonno, sul cattivo tempo e sulle mille cose da fare e l’occasione mi è stata offerta da un evento organizzato da una delle mie webzine preferite: Ninja Marketing. L’evento in questione è stato La Battaglia delle Idee, una due giorni di convegni, incontri e, soprattutto, l’occasione per sentire da vicino qualche nuova idea nel settore del marketing, della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Tralasciando la follia di alzarmi alle 3:30 del mattino, per partire ed essere a Napoli intorno alle 9:00 (sforzo vanificato dall’acquazzone che mi ha accolto non appena scesa dall’autobus e che mi ha costretta a passar la mattinata in albergo, nel disperato tentativo di asciugare con il phon da viaggio le mie scarpe da ginnastica, completamente fradice) devo dire che quella organizzata dai “guerrieri ninja” è stata davvero una bella iniziativa, per cui è valsa la pena arrivare pesta di sonno e reduce da una vera e propria “doccia” fatta in pieno centro cittadino. L’idea di far gareggiare diversi progetti, come se fosse uno scontro tra rapper in stile 8 Mile, l’ho trovata davvero simpatica e degne di nota molte delle proposte presentate dai partecipanti al contest. Tra queste, mi ha colpito particolarmente ReHub (rehub.eu), progetto presentato da Marco Meola, il cui obiettivo è dare ai ricercatori la possibilità di mettere in rete e far conoscere i risultati dei loro studi anche al di fuori degli strumenti forniti dalle pubblicazioni accademiche; strumenti che spesso rimangono riservati agli addetti ai lavori e impediscono alla ricerca di esser fruita da un pubblico più vasto di quello dei professori e degli altri ricercatori.

Premetto che non conosco ReHub in modo tale da poter esprimere un giudizio che vada oltre l’impressione immediata (anche perché si tratta di un progetto work in progress) e che posso, quindi, basarmi unicamente sulla bella presentazione che ne ha fatto il suo fondatore; presentazione che, tra l’altro, gli è valsa il premio del pubblico presente a Castel dell’Ovo. Quello che mi ha fortemente colpita di questa start up è il suo mettere al centro una delle categorie più ostracizzate, discriminate e rovinate del nostro paese, ovvero quella del ricercatore. Che non è, si badi, solo legato alle discipline scientifiche, ma anche a quelle umanistiche, cosa che viene spesso, colpevolmente dimenticata. Da laureata in una disciplina ormai estinta qual è Storia dell’Arte, con una specializzazione impossibile in Storia del Cinema d’Animazione, ammetto che non mi sembrava vero che un ricercatore, laureato in Architettura, avesse deciso di tentare un progetto serio, destinato anche a noi poveri figli-di-un-dio-minore delle humanae litterae, condannati ad essere reietti tra i reietti, additati a esempio evidente dell’inutilità fatta ad essere umano. Seguirò il progetto con grande attenzione, sperando che possa trovare una sua concreta e piena attuazione e che riesca a diventare un punto di riferimento anche per chi, come me, sta continuando a fare ricerca nei campi in cui si è formato pur essendo ormai da tempo un outsider rispetto all’ambiente accademico.

Storie di stelle, di nonne e di antichi incantesimi.

13 Set

Le nonne sono magiche, tutti i bambini lo sanno. Sono più grandi delle loro mamme, cucinano sempre benissimo, hanno la casa piena di oggetti curiosi, che odorano di passato. Ma soprattutto, le nonne sono magiche perché conoscono dei segreti, sotto forma di favole e filastrocche, leggende figlie di Storia e incantesimi.

Anche mia nonna è magica. Uno dei mie ricordi più vecchi mi vede stesa sul divanetto di casa sua, riparata sotto le coperte mentre mi canta una ninna nanna in un dialetto incomprensibile (perché non italianizzato ma più arcaico, più oscuro), di cui ho ereditato solo il ritmo, simile ad una nenia araba. E’ magica perché nasconde una forbice sotto il cuscino per far scappare la Fata della Casa, presenza benevola che, secondo il folklore della mia città natale, abita ogni abitazione, portando fortuna ma facendo, altresì, dispetti e ruberie. E’ magica perché ha una visiona “greca” della natura e del mondo, in cui l’essere umano non è un’entità superiore bensì parte di quell’instancabile serie di corsi e ricorsi storici che accomunano il mondo intero e tutte le creature.

Questo mondo, mia nonna lo sapeva anche interrogare. Ma con rispetto, perché parlare al Mondo significa parlare a Dio e ai santi e questo va sempre fatto con solennità e venerazione. In particolare, quando ero bambina amavo farmi raccontare della famosa “Novena a Sant’Ella”, una preghiera che le mamme di una volta facevano rivolgendosi a Sant’Elena (madre di Costantino il Grande, detta “Ella” dalla parlata popolare) per interrogarla sul futuro. La novena andava fatta a mezzanotte, all’aperto, in un luogo tranquillo e possibilmente silenzioso, perché i segni del destino si sarebbero potuti manifestare in mille modi diversi e le orecchie dovevano esser pronte a coglierli. Se si udiva il rumore di una porta che sbatteva o di una risata, la risposta alla domanda era no; al contrario, se si sentiva il rumore di una porta che si apriva, la risposta era positiva. Le mamme facevano questa novena soprattutto per sapere se le loro figlie si sarebbero o meno sposate e come sarebbe stato il loro futuro marito. Io la ricordo vagamente e cerco di fare appello alla mia memoria per ricostruirla:

Sant’Ella, mia Sant’Ella

figlia d’imperatore e imperatrice

per mare andasti e per mare tornasti

la Croce santa cercasti

con gli occhi santi la vedesti

con le mani sante la toccasti

con la bocca santa la baciasti.

Dimmi la verità, solo la verità

(fare la domanda)

Ovviamente non sempre i segni potevano esser compresi. Spesso ci volevano anni, una vita intera, per interpretarli. Non solo le orecchie, dunque, ma anche la mente e il cuore dovevano esser saldi e vigili ed esser pronti a collegarsi a quel divenire della vita in cui passato, presente e futuro si fondono.

Ora mia nonna è molto anziana e non può più uscire d’estate ad interpretare, come un detective, i sussurri del mondo e delle stelle. Ma, a ben pensarci, potrei farlo io: mi sembra di ricordare abbastanza bene le parole e chissà che il Mondo non voglia parlare anche a me, un giorno di questi….

Katane, rap e guerrieri tarantiniani: Afro Samurai.

27 Ago

Orfana, ormai da troppo tempo, dei martedì sera passati a guardare anime giapponesi su MTV, vago su Youtube alla ricerca di “cartoni animati” interessanti; di quelli, per intenderci, che ti obbligano a spegnere il computer per evitarti di vedere tutte le puntate in una serata. Sin’ora mi è capitato di imbattermi in tre serie causanti gravi e immediate forme di dipendenza: Hellsing, Full Metal Alchemist ed Ergo Proxy, ma a questa breve lista posso a ben diritto aggiungere Afro Samurai. Tratto dal manga di Takashi Okazaki, è una storia di vendetta e di violenza, di odio (a bizzeffe) e di amore (invero, poco e maledetto), che sembra esser stata creata per compiacere un pubblico appassionato più all’azione che alla trama. Quest’ultima è riassumibile in poche parole: Afro, giovane samurai di colore, compie un lungo viaggio alla ricerca del guerriero che veste la Fascia n. 1, reo di aver ucciso suo padre, samurai a sua volta. Il particolare della fascia è importante, in quanto se la n. 1 certifica il massimo grado (e potere) raggiunto, le successive, in particolare  la n. 2, obbligano chi le indossa ad una vita di combattimenti e di dolori, unica strada per arrivare a ricoprire il titolo più alto.

Quella delle fasce e, quindi, del potere è però un contorno alla vera missione di Afro, ovvero la pura e “semplice” vendetta filiale, per cui il guerriero è pronto a sacrificare qualsiasi cosa: amici, amore, rispetto per il proprio maestro, vite e affetti. Tutto. Una vita di battaglie solo per riscattare una singola vita interrotta, sangue per lavare vecchio sangue, che lascia terra bruciata laddove viene versato. Una trama da tragedia greca, insomma, in cui destino e libero arbitrio sono entità confuse, così come la volontà e l’inevitabilità, e tutto ciò che rimane è combattere.

Ma che cos’ha di così interessante e accattivante questa serie animata? Si potrebbe obiettare, infatti, che trama e personaggi non siano così diversi da tante altre serie nipponiche: di guerrieri solitari in viaggio per compiere una vendetta l’animazione giapponese (e non solo) è piena. Ma quest’anime è riuscito a colpirmi davvero tantissimo, per una serie di elementi che vorrei qui sintetizzare:

– lo stile dell’animazione, grafico e graffiante, dominato dai colori nero, rosso e grigio, che si distingue particolarmente nella caratterizzazione visiva dei personaggi maschili (di quelli femminili, mi duole dirlo, non c’è molto da dire: pochi e assolutamente insignificanti sotto tutti gli aspetti)

– lo stile della narrazione, che in questo caso può a ben ragione definirsi tarantiniano senza correre il rischio di abusare del termine. Il ritmo di quest’anime guarda esplicitamente al cinema e, in particolare, al cinema di Tarantino, grafico, rapido e tagliente come un “Eccomi” (volendo citare il grande Mayakovsky)

– l’ambientazione, un Giappone feudale ma dotato di tecnologie moderne, dove scienziati folli hanno le sembianze di avveniristiche bambole daruma e la colonna sonora del rapper RZA fa sembrare tutto una sorta di Bronx dove ad incrociarsi sono le lame delle spade

– il protagonista, un antieroe di quelli doc. Afro non è solo lontanissimo dal cliché “fisico” del samurai, ma è altresì lontano da qualsiasi parvenza di eroismo. La sua è una battaglia personale, apparentemente incurante del significato che circonda la Fascia n. 1: tutto ciò che vuole è vendicare suo padre e in nome di questo ideale/ossessione travolge nuovi affetti, amicizie, lealtà. Travolge il “qui ed ora” per un passato che lo costringerà a combattere sempre. Ma questo samurai povero di parole così come di espressioni facciali, di cui intuiamo la gioia e il dolore senza però percepirli sinceramente, ha in realtà un animo ben più oscuro, simboleggiato dallo strano personaggio che gli si accompagna continuamente, proiezione di un’interiorità, forse, ben più materialistica e pragmatica.

Dunque un anime che mostra più di un punto di contatto con il cinema, sicuramente statunitense, ma quel cinema statunitense che ha assimilato e “americanizzato” gli stilemi di un certo tipo di cinema orientale e giapponese in particolare. E se non basta la citazione, evidentissima, di Tarantino, c’è anche il nome di Samuel L.Jackson, produttore della serie, ad evidenziare il deciso, riuscitissimo legame tra Afro Samurai e il linguaggio stilistico del cinema d’azione.

Afro Samurai, di Takashi Okazaki

Parlaci di te (ma che domanda è)?

21 Ago

Parlaci un po’ di te-: non poche volte mi è stata posta questa richiesta. Ci pensavo ieri, mentre ero al lavoro su di un nome da trovare per un’azienda; barricata tra i vocabolari e gli appunti su cui stendere le prime proposte, all’improvviso è risuonata nella mia mente, quasi che il mio stesso Io stesse ponendomi la domanda.

Sono sempre andata in crisi quando, durante un colloquio di lavoro o semplicemente chiacchierando con qualcuno del più e del meno, mi è stata posta questa richiesta. Ricordo all’università, durante l’esame di storia moderna: la professoressa mi spiazzò totalmente perché la sua prima domanda fu -Parlami del ‘500-. La risposta fu un balbettio da pesce lesso, strategia di scarso successo atta a prender tempo, mentre cercavo nella mia testa qualcosa da cui partire e pensavo -Che razza di domanda è parlami del ‘500?!-. Ancor oggi, credo che sia stata una delle domande d’esame più difficili a cui abbia risposto, perché dietro quella secca semplicità, dietro quella cifretta da manuale di storia, si ergeva un universo intero, fatto di battaglie e opere d’arte, di politici e poveracci, di scoperte scientifiche e tribunali della Santa Inquisizione. E poi, il ‘500…il primo? il tardo? italiano? tedesco? da che parte iniziare? di che cosa parlare per prima? cosa merita d’esser citato, cosa d’esser nascosto?.

Ecco, tutte le volte che qualcuno mi ha chiesto di parlargli di me, ho provato lo stesso breve spiazzamento che suscitò quella domanda d’esame. “Me” è una parola brevissima, sottile e lineare come un orizzonte dietro cui, però, si nascondono infinite distese di mare. Cosa devo dirti di me? Cosa vuoi sapere? Meglio iniziare dagli studi che ho fatto o dalla mia passione per i gatti? Devo dire che non so cucinare?  Che non mi piace guidare? Cosa devo e cosa voglio?. Certo, in un colloquio di lavoro non so quanto sarebbe utile svelare che do un nome ad ogni mio computer, nè credo che ad un conoscente possa interessare il mio amore per il cinema d’animazione dell’est europeo. Ma non è questo il punto. Pertinenza a parte, –parlaci di te– è una domanda così falsamente ingenua, così insidiosa, così profonda che finisco sempre per rispondere al mio interlocutore con una sorta di “scaletta preimpostata”, che pone la domanda sui solidi binari della formalità e l’allontana da quelle porte sul proprio Io che, molto spesso, nemmeno noi sappiamo come aprire. O di avere.

Art by Chema Madoz

Cappuccini vittoriani e tg idioti.

17 Ago

In attesa di riprendere i pieni ritmi della vita lavorativa, mi godo in queste giornate quei piccoli rituali quotidiani che, per quanto preziosi, tendo sempre a strapazzare in periodi non vacanzieri. Tra questi, vi è innanzitutto la colazione, forse il “pasto” della giornata che più preferisco in assoluto. Della colazione mi piace non solo il suo essere “benzina” senza cui non potrei completamente svegliarmi, ma anche gli odori morbidi e accoglienti, il colore bianco del latte e il nero odoroso del caffè, le piramidi di biscotti da intingere o mangiare “alla crudele”. In genere mando giù un cappuccino bollente e mangio un biscotto volante così, giusto per metter qualcosa nello stomaco, ma le vacanze mi permettono di riconquistare il tempo lento e di lasciarmi andare ai ricordi.

Perché la colazione, per me, è una sorta di momento-portale puntato verso la mia infanzia, quando questo rituale mattutino era accompagnato dai “cartoni animati” che trasmettevano in TV, quasi sempre giapponesi, quasi sempre bellissimi, soprattutto se confrontati a molti di quelli attuali. Da piccola ero una divoratrice di cartoon e posso dire di esser cresciuta con alcune delle serie più belle che siano giunte in Italia: Lady Oscar, I Cavalieri dello Zodiaco, Ken il Guerriero, Georgie, Pollon (quest’ultimo era un appuntamento fisso della mattina e la sigla di chiusura segnava, inevitabilmente, l’ora di muoversi per andare a scuola). Erano serie lunghe, dalle storie complesse e dai personaggi ben caratterizzati; serie che avevano lo stesso fascino di un romanzo dalle molte pagine e i continui colpi di scena e che, pur pesantemente censurate e rimaneggiate qui in Italia, avevano il pregio di poter essere viste e apprezzate dal pubblico di qualsiasi età, senza essere pesantemente legate ad un’attività di merchandising (come lo sono, invece, molte delle serie che oggi propinano a bambini e adolescenti).

Pensavo  che questo tipo di “cartoni animati”, che questo tipo di storie, non passassero più per la TV generalista, e invece in questi giorni, mentre mi dilungavo nel riscoperto rituale della colazione, ho trovato questa piccola perla: Emma, una storia romantica (Victorian Romance Emma). Per il momento ho visto solo qualche puntata, bastante a farmi capire la trama nel suo complesso (la storia d’amore, ovviamente tormentata e impossibile, tra una cameriera intelligente e sensibile e un nobile di valore nell’Inghilterra ottocentesca) e a farmi catapultare su internet per saperne di più sul manga e la sua autrice, Kaoru Mori. Quello che più mi ha colpito di quest’opera, al di là del fascino che sempre suscitano l’ambientazione vittoriana e le tormentate storie d’amore, è proprio l’aver rivisto in TV, in quella stessa TV che castra i migliori cartoon per lasciare via libera ad orrori di infimo livello, un cartone animato bello come quelli che vedevo durante la mia infanzia. I disegni, malgrado una certa legnosità e la somiglianza dei visi tra i vari personaggi, sono molto gradevoli e l’ambientazione mi sembra davvero ben curata; i personaggi, in particolare, non sono figurine senz’anima, buoni solo per esser trasformati in giocattoli, ma hanno un loro “corpo morale” e una loro personalità. In Emma mi è sembrato di rivedere i personaggi femminili della mia infanzia, belle e forti, inserite in un universo ostile e maschilista ma mai arrendevoli e sottomesse. E la cosa, tra un cappuccino e l’altro, mi ha sorpreso non poco, considerato che, appena poche ore più tardi, un TG di quella stessa emittente indugiava sul successo mediatico ed economico ottenuto da una giovane e disinibita minorenne. Ciò che servirebbe realmente a questa TV deficiente sono, forse, più cartoni animati fatti bene e meno TG idioti.

Emma – A Victorian Romance, di Kaoru Mori

Filastrocca di Ferragosto

16 Ago

Una delle cose che più amo fare è rimanere a casa a Ferragosto. Le spiagge si riempiono, mentre la città si svuota, e in questo tranquillo silenzio di luogo spopolato è davvero bello mettersi a leggere. E a scrivere.

Non so come mi sia venuta in mente, ma ieri avevo voglia di scrivere una filastrocca su un orologio a cucù, e il risultato è stata questa coda di rime che mi hanno messo il buon umore 🙂

“Un giorno mia madre

Tornò da Berlino

Dicendo contenta

-per te, un pensierino-.

Ed era, di legno,

un orologio a cucù

con un canarino

rosso, giallo e blu,

con occhietti vispi e un sorrisetto

che definirei a dir poco furbetto.

Era un orologio davvero speciale

Che non puoi regalare, nemmeno a Natale.

I numeri erano facce dispettose,

boccacce diverse, pernacchie furiose.

Le lancette eran sempre ferme a chiacchierare

E segnare l’ora le poteva disturbare.

Ma il peggio di tutti era il canarino

Furbetto e davvero gran birichino.

Mangiava polvere e trucioletti

E nella notte mi dava buffetti

Con le sue alucce di legno e vernice

Come se fosse l’aquila imperatrice.

Quando l’ora doveva annunciare

O era a nanna o a mangiucchiare.

Io a scuola ritardo facevo

E di note una collezione avevo.

-Dimmi l’orario, non esser mogio-

Ma lui mi rispondeva – comprati un altro orologio-.

Io gridavo –basta, fai il tuo dovere!-

E lui rispondeva

-Ma mi faccia il piacere!

Io del tempo un baffo mi faccio

Volo e mangio come un ragazzaccio-.

Ma un regalo di mamma non si può buttar via

Ed ecco che è ancora qui a casa mia.

Da allora ritardo al lavoro e alle feste,

Ai funerali e alle promesse,

E ogni volta un mucchio di sguardi

Mi dicon di esser un gran tiratardi.

Il canarino ride e svolazza contento,

A lui importa sol vivere, e non si cura del Tempo”.

Disegno di Nicola Vignapiano

15 Ago

Parla parole è il mio piccolo spazio. Un luogo dove pubblicare ciò che scrivo, articoli e recensioni in primis. Ma anche qualche riflessione, o i miei esperimenti letterari, divertissement senza alcuna pretesa se non quella di esercitarmi e distrarmi dalla routine quotidiana del lavoro. Parla parole: ovvero un luogo da dedicare al chiacchiericcio delle lettere.