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L’inutilità delle idee.

17 Nov

Ho scoperto di essere uno “spreco di denaro pubblico”. Non io, ma il mio lavoro. Essendo un lavoro che faccio in prima persona, con grande passione e tenacia, di riflesso io sono inutile quanto il mio lavoro.

Ho scoperto che il mio lavoro crea spreco. Non la fase a valle, che può tradursi nella stampa di un manifesto piuttosto che nella realizzazione di uno spot. No, è la fase a monte ad essere fonte di spreco, ovvero quella che coincide con l’elemento creativo, con l’ideazione dell’intero lavoro. Mi hanno detto che pagare per ciò che c’è a monte sarebbe uno spreco di denaro pubblico: cosa che, detta da soggetti facenti parte di una categoria, quella della pubblica amministrazione, nota proprio per le spese non sempre di generale utilità, suona quanto meno ridicolo. Oltre che offensivo. Oltre che denigrante.

Non è la prima volta che mi trovo di fronte a questa paradossale situazione: idea vs realizzazione; fase progettuale vs materiale esecuzione. Una contrapposizione assurda, che non ha senso, in quanto l’una non esclude l’altra ma entrambe sono in strettissima correlazione. Non può realizzarsi un progetto che non preveda una fase ideativa; al tempo stesso, un’idea non realizzata rimane voce senza corpo, acqua di un fiume che scorre alla ricerca del suo sbocco sul mare. Qualcuno potrebbe pensare che queste affermazioni siano banali, ma evidentemente così non è e malgrado si faccia un gran parlare di concetti quali creatività, innovazione, idee, molti soggetti con cui è necessario interfacciarsi per lavoro continuano a vedere il lavoro stesso come qualcosa traducibile unicamente con qualcosa che debba dare una materiale contropartita che si possa vedere, toccare, consumare. Le idee non si toccano, le idee non si consumano: cambiano, si metamorfizzano, possono esser messe in discussione e mettono in discussione mentalità preconcette, modi di pensare atrofizzati.

Negli anni ’60, gli artisti del movimento concettuale ritenevano che il gesto artistico avesse il suo vero cuore nella dimensione mentale. Una volta realizzata materialmente, l’opera perdeva parte della sua energia, della sua anima, così pienamente compiuta nella mente dell’artista sotto forma di idea. Una visone estremizzata del concetto di opera d’arte, quasi mistica, eppure fondamentale e oggi straordinariamente attuale se consideriamo che sono proprio coloro che lavorano con le idee ad essere i lavoratori più numerosi e attivi di questo paradossale paese.

A Hollywood dilagava più surrealismo di quanto avrebbero potuto inventarne tutti i surrealisti in un’intera vita ha affermato Man Ray. Sento di poter affermare lo stesso di questa Italia attuale, sempre più sprofondata nel ridicolo, nel paradosso, icona di un surrealismo nero che potrebbe essere l’idea (guarda un po’) ispiratrice di un cortometraggio di Jan Švankmajer.

Tra Spazio e Tempo ed esortazioni per spiriti liberi.

10 Nov

Trova il tuo posto nel mondo: mi ha sempre affascinata questa esortazione. Ha un qualcosa di solenne, che sembra collegare il proprio piccolo presente al grande flusso della Storia, come se gli uomini non avessero mai cessato di passare da una fase nomade ad una sedentaria. Al tempo stesso, questo invito un po’ antico possiede una componente brutalmente materialistica e concreta, la stessa materialistica concretezza di un oggetto collocato in un punto ben preciso: uno scaffale, una vetrina, un cassetto nascosto. Ma il fascino di questa espressione è il suo essere anche terribilmente romantica, divisa tra i toni di un romanzo di formazione ottocentesco e il viaggio di un instancabile esploratore che riesca, infine, a trovare un luogo in cui fermarsi.

Lo Spazio è sempre la presenza fisica di una dimensione e percezione mentale. Esso è stasi, stabilità, immutabilità; sicurezza, ma anche noia. E’ lo strumento in cui il Tempo si imprime per eternizzarsi, l’ambizione a un divenire senza fine. Lo Spazio è qualcosa che va modellato affinché possa trasformarsi in “posto”, il nostro posto; il Tempo, invece, non indugia e prosegue senza concedersi gesti da vasaio atti a modellare il volto del mondo. Passato e Futuro sono categorie che ci illudono che il Tempo possa farlo, ma in realtà esso non è che un Presente di cui abbiamo reale percezione solo una volta che è andato perduto.

In questa linea retta senza fine alcuna, fatta di continui cambiamenti, costante ricerca, trovare il proprio posto nel mondo corrisponde al momento in cui si tenta di riprendere fiato dopo una corsa fatta senza mai fermarsi. Una corsa che può ricominciare dopo poco o lungo tempo, non è questo il punto: chi trova il proprio posto nel mondo è il viaggiatore i cui passi procedono sicuri perché imprimono la propria forma nell’argilla morbida della Terra. Non è un’impronta imposta in cui cercare di inserire, con fatica, il piede, bensì qualcosa creato ex novo da chi è artefice del proprio destino. Forse è per questo che una tale forma di esortazione ha un sapore così vintage, come un vecchio libro sul comodino di un anziano parente, ma al tempo stesso è così ben gradita:  in essa c’è l’augurio di un viaggio che diventi cammino e non salti fatti per rincorrere l’effimera corsa del tempo.

Fare contro Pensare, ovvero quando laurearsi è una colpa.

26 Ott

Sia chiaro: non ho assolutamente nulla contro chi fa una professione tecnico-artigianale, né contro chi questo tipo di scuole ha fatto. Dal mio punto di vista ognuno dev’essere libero di fare ciò che più gli aggrada e non è detto che tutti debbano raggiungere il traguardo della laurea per sentirsi realizzati. Da laureata in Storia dell’Arte ed ex allieva di un liceo Classico, però, mi fanno terribilmente imbestialire i continui, sistematici attacchi rivolti a chi  ha frequentato il liceo o nei confronti di chi si è iscritto ad una facoltà umanistica o nei confronti di coloro che hanno deciso, ahimè, di “rimandare” il loro personale appuntamento con la storia per stare con la testa sui libri e studiare all’Università.

Di solito non guardo i telegiornali, ma lascio la TV accesa in sottofondo, soprattutto quando sto facendo un lavoro particolarmente noioso, e questo mi fa spesso incappare nei nostri patrii notiziari televisivi. Proprio ieri, mentre sorseggiavo il mio caffè corretto col latte, sento un titolo del TG2 che ha particolarmente catturato la mia attenzione. Nel titolo in questione si annunciava il soddisfacente superamento delle iscrizioni negli istituti tecnici, le scuole del “fare”, rispetto ai licei.

Inizialmente non riuscivo a capire perché la voce della giornalista si ripetesse in loop nella mia mente: detto in modo estremo, che i ragazzi di oggi si iscrivano più ad un istituto tecnico rispetto ad un liceo può, nel migliore dei casi, farmi piacere, nel peggiore dei casi non cambiarmi minimamente la giornata. Ricordo molti ragazzini e ragazzine a cui ho dato ripetizioni negli anni passati, giovanotti e giovanotte costretti dai genitori a frequentare un liceo o l’Università sebbene ciò che desiderassero più fare fosse “imparare un mestiere” e mettersi a lavorare; così come ricordo molti ragazzetti e ragazzette, nobili braccia rubate all’agricoltura, costretti a prepararsi per la lezione di filosofia o di letteratura inglese quando avrebbero preferito cimentarsi con discipline dall’approccio più pratico e meno metafisico. Lo stesso servizio non conteneva nulla di particolarmente significativo da colpirmi, eppure quel “fare” così in bella vista, così esaltato, così ricco di significato ha suscitato in me un fastidio reale e profondo; anzi, diciamo che mi ha fatto proprio incavolare, ed è presto detto il perché:

perché quel “fare” posto così in evidenza presuppone una categoria contrapposta, ovvero quella del “pensare”. Categorie che già di per sé non hanno senso, soprattutto se riferite alla scuola, dove fare e pensare dovrebbero andare a braccetto sia negli istituti tecnici che nei licei

perché il “fare” a cui si riferiscono questi nostri giornalisti, questi nostri politici, è quello del mestiere, inteso come lavoro prettamente manuale di cui, ce lo sentiamo ripetere sempre, in Italia c’è tanto tanto tanto bisogno (a differenza di coloro che praticano le ormai inflazionate “arti liberali”, choosy bravi solo a lamentarsi)

perché, secondo questa logica, il “fare” appartiene solo a chi fa un lavoro manuale, a chi produce qualcosa di fisico e materiale, mentre chi appartiene alle categorie delle professioni intellettuali non fa perché pensa troppo, dice troppe chiacchiere che, a conti fatti, di concreto e produttivo non hanno nulla.

Ieri pomeriggio, dunque, per la prima volta mi sono resa conto che non ho “fatto” nulla nella mia vita. Almeno secondo questa logica. Perché mi sono diplomata al liceo Classico, tempio della “chiacchiera vacante” (per mutuare un’espressione dal mio dialetto), ovvero della chiacchiera vuota, priva di materiale e concreta ripercussione (dopo tutto, con la parafrasi di Omero non ci confezioni un vestito né ci ripari una tubatura o servi in tavola una pietanza prelibata). Non contenta, ho continuato a fare il parassita della società iscrivendomi ad una facoltà inutile come Storia dell’Arte, in un paese che ama masturbarsi con il pensiero di avere il maggior numero di opere d’arte al mondo bla bla bla per poi fregarsene totalmente o usare suddette opere per ottenere soldi, pochi, sporchi e veloci. Infine mi sono messa a fare, mi si passi il termine improprio, un lavoro che evidenzia in tutto e per tutto la mia propensione all’accidia sociale.

Probabilmente queste sono tutte mie elucubrazioni senza capo né coda e nulla di tutto questo era minimamente inteso nel servizio incriminato. Ma questo “fare” pesa su noi laureati come un macigno, come una colpa, perché effettivamente chi ha deciso di studiare, di specializzarsi in una professione, per questa gente che parla e che comanda altro non è che un arrogante, una persona che non fa e che, quindi, è fondamentalmente inutile. Inutile quanto il pensare.

Ricerca e start up: il caso di ReHub.

15 Ott

Ci sono periodi dell’anno in cui, un po’ per il lavoro, un po’ per pigrizia, difficilmente esco di casa. In effetti, in me si scontrano spesso due diverse tendenze: quella di rimanere “barricata” nel mio studiolo, attaccata ai libri e al  computer, e quella di buttare tutto all’aria, afferrare una valigia e scappare. Venerdì scorso è stata una di quelle giornate in cui la fuga ha prevalso sul sonno, sul cattivo tempo e sulle mille cose da fare e l’occasione mi è stata offerta da un evento organizzato da una delle mie webzine preferite: Ninja Marketing. L’evento in questione è stato La Battaglia delle Idee, una due giorni di convegni, incontri e, soprattutto, l’occasione per sentire da vicino qualche nuova idea nel settore del marketing, della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Tralasciando la follia di alzarmi alle 3:30 del mattino, per partire ed essere a Napoli intorno alle 9:00 (sforzo vanificato dall’acquazzone che mi ha accolto non appena scesa dall’autobus e che mi ha costretta a passar la mattinata in albergo, nel disperato tentativo di asciugare con il phon da viaggio le mie scarpe da ginnastica, completamente fradice) devo dire che quella organizzata dai “guerrieri ninja” è stata davvero una bella iniziativa, per cui è valsa la pena arrivare pesta di sonno e reduce da una vera e propria “doccia” fatta in pieno centro cittadino. L’idea di far gareggiare diversi progetti, come se fosse uno scontro tra rapper in stile 8 Mile, l’ho trovata davvero simpatica e degne di nota molte delle proposte presentate dai partecipanti al contest. Tra queste, mi ha colpito particolarmente ReHub (rehub.eu), progetto presentato da Marco Meola, il cui obiettivo è dare ai ricercatori la possibilità di mettere in rete e far conoscere i risultati dei loro studi anche al di fuori degli strumenti forniti dalle pubblicazioni accademiche; strumenti che spesso rimangono riservati agli addetti ai lavori e impediscono alla ricerca di esser fruita da un pubblico più vasto di quello dei professori e degli altri ricercatori.

Premetto che non conosco ReHub in modo tale da poter esprimere un giudizio che vada oltre l’impressione immediata (anche perché si tratta di un progetto work in progress) e che posso, quindi, basarmi unicamente sulla bella presentazione che ne ha fatto il suo fondatore; presentazione che, tra l’altro, gli è valsa il premio del pubblico presente a Castel dell’Ovo. Quello che mi ha fortemente colpita di questa start up è il suo mettere al centro una delle categorie più ostracizzate, discriminate e rovinate del nostro paese, ovvero quella del ricercatore. Che non è, si badi, solo legato alle discipline scientifiche, ma anche a quelle umanistiche, cosa che viene spesso, colpevolmente dimenticata. Da laureata in una disciplina ormai estinta qual è Storia dell’Arte, con una specializzazione impossibile in Storia del Cinema d’Animazione, ammetto che non mi sembrava vero che un ricercatore, laureato in Architettura, avesse deciso di tentare un progetto serio, destinato anche a noi poveri figli-di-un-dio-minore delle humanae litterae, condannati ad essere reietti tra i reietti, additati a esempio evidente dell’inutilità fatta ad essere umano. Seguirò il progetto con grande attenzione, sperando che possa trovare una sua concreta e piena attuazione e che riesca a diventare un punto di riferimento anche per chi, come me, sta continuando a fare ricerca nei campi in cui si è formato pur essendo ormai da tempo un outsider rispetto all’ambiente accademico.

Storie di stelle, di nonne e di antichi incantesimi.

13 Set

Le nonne sono magiche, tutti i bambini lo sanno. Sono più grandi delle loro mamme, cucinano sempre benissimo, hanno la casa piena di oggetti curiosi, che odorano di passato. Ma soprattutto, le nonne sono magiche perché conoscono dei segreti, sotto forma di favole e filastrocche, leggende figlie di Storia e incantesimi.

Anche mia nonna è magica. Uno dei mie ricordi più vecchi mi vede stesa sul divanetto di casa sua, riparata sotto le coperte mentre mi canta una ninna nanna in un dialetto incomprensibile (perché non italianizzato ma più arcaico, più oscuro), di cui ho ereditato solo il ritmo, simile ad una nenia araba. E’ magica perché nasconde una forbice sotto il cuscino per far scappare la Fata della Casa, presenza benevola che, secondo il folklore della mia città natale, abita ogni abitazione, portando fortuna ma facendo, altresì, dispetti e ruberie. E’ magica perché ha una visiona “greca” della natura e del mondo, in cui l’essere umano non è un’entità superiore bensì parte di quell’instancabile serie di corsi e ricorsi storici che accomunano il mondo intero e tutte le creature.

Questo mondo, mia nonna lo sapeva anche interrogare. Ma con rispetto, perché parlare al Mondo significa parlare a Dio e ai santi e questo va sempre fatto con solennità e venerazione. In particolare, quando ero bambina amavo farmi raccontare della famosa “Novena a Sant’Ella”, una preghiera che le mamme di una volta facevano rivolgendosi a Sant’Elena (madre di Costantino il Grande, detta “Ella” dalla parlata popolare) per interrogarla sul futuro. La novena andava fatta a mezzanotte, all’aperto, in un luogo tranquillo e possibilmente silenzioso, perché i segni del destino si sarebbero potuti manifestare in mille modi diversi e le orecchie dovevano esser pronte a coglierli. Se si udiva il rumore di una porta che sbatteva o di una risata, la risposta alla domanda era no; al contrario, se si sentiva il rumore di una porta che si apriva, la risposta era positiva. Le mamme facevano questa novena soprattutto per sapere se le loro figlie si sarebbero o meno sposate e come sarebbe stato il loro futuro marito. Io la ricordo vagamente e cerco di fare appello alla mia memoria per ricostruirla:

Sant’Ella, mia Sant’Ella

figlia d’imperatore e imperatrice

per mare andasti e per mare tornasti

la Croce santa cercasti

con gli occhi santi la vedesti

con le mani sante la toccasti

con la bocca santa la baciasti.

Dimmi la verità, solo la verità

(fare la domanda)

Ovviamente non sempre i segni potevano esser compresi. Spesso ci volevano anni, una vita intera, per interpretarli. Non solo le orecchie, dunque, ma anche la mente e il cuore dovevano esser saldi e vigili ed esser pronti a collegarsi a quel divenire della vita in cui passato, presente e futuro si fondono.

Ora mia nonna è molto anziana e non può più uscire d’estate ad interpretare, come un detective, i sussurri del mondo e delle stelle. Ma, a ben pensarci, potrei farlo io: mi sembra di ricordare abbastanza bene le parole e chissà che il Mondo non voglia parlare anche a me, un giorno di questi….

Katane, rap e guerrieri tarantiniani: Afro Samurai.

27 Ago

Orfana, ormai da troppo tempo, dei martedì sera passati a guardare anime giapponesi su MTV, vago su Youtube alla ricerca di “cartoni animati” interessanti; di quelli, per intenderci, che ti obbligano a spegnere il computer per evitarti di vedere tutte le puntate in una serata. Sin’ora mi è capitato di imbattermi in tre serie causanti gravi e immediate forme di dipendenza: Hellsing, Full Metal Alchemist ed Ergo Proxy, ma a questa breve lista posso a ben diritto aggiungere Afro Samurai. Tratto dal manga di Takashi Okazaki, è una storia di vendetta e di violenza, di odio (a bizzeffe) e di amore (invero, poco e maledetto), che sembra esser stata creata per compiacere un pubblico appassionato più all’azione che alla trama. Quest’ultima è riassumibile in poche parole: Afro, giovane samurai di colore, compie un lungo viaggio alla ricerca del guerriero che veste la Fascia n. 1, reo di aver ucciso suo padre, samurai a sua volta. Il particolare della fascia è importante, in quanto se la n. 1 certifica il massimo grado (e potere) raggiunto, le successive, in particolare  la n. 2, obbligano chi le indossa ad una vita di combattimenti e di dolori, unica strada per arrivare a ricoprire il titolo più alto.

Quella delle fasce e, quindi, del potere è però un contorno alla vera missione di Afro, ovvero la pura e “semplice” vendetta filiale, per cui il guerriero è pronto a sacrificare qualsiasi cosa: amici, amore, rispetto per il proprio maestro, vite e affetti. Tutto. Una vita di battaglie solo per riscattare una singola vita interrotta, sangue per lavare vecchio sangue, che lascia terra bruciata laddove viene versato. Una trama da tragedia greca, insomma, in cui destino e libero arbitrio sono entità confuse, così come la volontà e l’inevitabilità, e tutto ciò che rimane è combattere.

Ma che cos’ha di così interessante e accattivante questa serie animata? Si potrebbe obiettare, infatti, che trama e personaggi non siano così diversi da tante altre serie nipponiche: di guerrieri solitari in viaggio per compiere una vendetta l’animazione giapponese (e non solo) è piena. Ma quest’anime è riuscito a colpirmi davvero tantissimo, per una serie di elementi che vorrei qui sintetizzare:

– lo stile dell’animazione, grafico e graffiante, dominato dai colori nero, rosso e grigio, che si distingue particolarmente nella caratterizzazione visiva dei personaggi maschili (di quelli femminili, mi duole dirlo, non c’è molto da dire: pochi e assolutamente insignificanti sotto tutti gli aspetti)

– lo stile della narrazione, che in questo caso può a ben ragione definirsi tarantiniano senza correre il rischio di abusare del termine. Il ritmo di quest’anime guarda esplicitamente al cinema e, in particolare, al cinema di Tarantino, grafico, rapido e tagliente come un “Eccomi” (volendo citare il grande Mayakovsky)

– l’ambientazione, un Giappone feudale ma dotato di tecnologie moderne, dove scienziati folli hanno le sembianze di avveniristiche bambole daruma e la colonna sonora del rapper RZA fa sembrare tutto una sorta di Bronx dove ad incrociarsi sono le lame delle spade

– il protagonista, un antieroe di quelli doc. Afro non è solo lontanissimo dal cliché “fisico” del samurai, ma è altresì lontano da qualsiasi parvenza di eroismo. La sua è una battaglia personale, apparentemente incurante del significato che circonda la Fascia n. 1: tutto ciò che vuole è vendicare suo padre e in nome di questo ideale/ossessione travolge nuovi affetti, amicizie, lealtà. Travolge il “qui ed ora” per un passato che lo costringerà a combattere sempre. Ma questo samurai povero di parole così come di espressioni facciali, di cui intuiamo la gioia e il dolore senza però percepirli sinceramente, ha in realtà un animo ben più oscuro, simboleggiato dallo strano personaggio che gli si accompagna continuamente, proiezione di un’interiorità, forse, ben più materialistica e pragmatica.

Dunque un anime che mostra più di un punto di contatto con il cinema, sicuramente statunitense, ma quel cinema statunitense che ha assimilato e “americanizzato” gli stilemi di un certo tipo di cinema orientale e giapponese in particolare. E se non basta la citazione, evidentissima, di Tarantino, c’è anche il nome di Samuel L.Jackson, produttore della serie, ad evidenziare il deciso, riuscitissimo legame tra Afro Samurai e il linguaggio stilistico del cinema d’azione.

Afro Samurai, di Takashi Okazaki

Parlaci di te (ma che domanda è)?

21 Ago

Parlaci un po’ di te-: non poche volte mi è stata posta questa richiesta. Ci pensavo ieri, mentre ero al lavoro su di un nome da trovare per un’azienda; barricata tra i vocabolari e gli appunti su cui stendere le prime proposte, all’improvviso è risuonata nella mia mente, quasi che il mio stesso Io stesse ponendomi la domanda.

Sono sempre andata in crisi quando, durante un colloquio di lavoro o semplicemente chiacchierando con qualcuno del più e del meno, mi è stata posta questa richiesta. Ricordo all’università, durante l’esame di storia moderna: la professoressa mi spiazzò totalmente perché la sua prima domanda fu -Parlami del ‘500-. La risposta fu un balbettio da pesce lesso, strategia di scarso successo atta a prender tempo, mentre cercavo nella mia testa qualcosa da cui partire e pensavo -Che razza di domanda è parlami del ‘500?!-. Ancor oggi, credo che sia stata una delle domande d’esame più difficili a cui abbia risposto, perché dietro quella secca semplicità, dietro quella cifretta da manuale di storia, si ergeva un universo intero, fatto di battaglie e opere d’arte, di politici e poveracci, di scoperte scientifiche e tribunali della Santa Inquisizione. E poi, il ‘500…il primo? il tardo? italiano? tedesco? da che parte iniziare? di che cosa parlare per prima? cosa merita d’esser citato, cosa d’esser nascosto?.

Ecco, tutte le volte che qualcuno mi ha chiesto di parlargli di me, ho provato lo stesso breve spiazzamento che suscitò quella domanda d’esame. “Me” è una parola brevissima, sottile e lineare come un orizzonte dietro cui, però, si nascondono infinite distese di mare. Cosa devo dirti di me? Cosa vuoi sapere? Meglio iniziare dagli studi che ho fatto o dalla mia passione per i gatti? Devo dire che non so cucinare?  Che non mi piace guidare? Cosa devo e cosa voglio?. Certo, in un colloquio di lavoro non so quanto sarebbe utile svelare che do un nome ad ogni mio computer, nè credo che ad un conoscente possa interessare il mio amore per il cinema d’animazione dell’est europeo. Ma non è questo il punto. Pertinenza a parte, –parlaci di te– è una domanda così falsamente ingenua, così insidiosa, così profonda che finisco sempre per rispondere al mio interlocutore con una sorta di “scaletta preimpostata”, che pone la domanda sui solidi binari della formalità e l’allontana da quelle porte sul proprio Io che, molto spesso, nemmeno noi sappiamo come aprire. O di avere.

Art by Chema Madoz