Katane, rap e guerrieri tarantiniani: Afro Samurai.

27 Ago

Orfana, ormai da troppo tempo, dei martedì sera passati a guardare anime giapponesi su MTV, vago su Youtube alla ricerca di “cartoni animati” interessanti; di quelli, per intenderci, che ti obbligano a spegnere il computer per evitarti di vedere tutte le puntate in una serata. Sin’ora mi è capitato di imbattermi in tre serie causanti gravi e immediate forme di dipendenza: Hellsing, Full Metal Alchemist ed Ergo Proxy, ma a questa breve lista posso a ben diritto aggiungere Afro Samurai. Tratto dal manga di Takashi Okazaki, è una storia di vendetta e di violenza, di odio (a bizzeffe) e di amore (invero, poco e maledetto), che sembra esser stata creata per compiacere un pubblico appassionato più all’azione che alla trama. Quest’ultima è riassumibile in poche parole: Afro, giovane samurai di colore, compie un lungo viaggio alla ricerca del guerriero che veste la Fascia n. 1, reo di aver ucciso suo padre, samurai a sua volta. Il particolare della fascia è importante, in quanto se la n. 1 certifica il massimo grado (e potere) raggiunto, le successive, in particolare  la n. 2, obbligano chi le indossa ad una vita di combattimenti e di dolori, unica strada per arrivare a ricoprire il titolo più alto.

Quella delle fasce e, quindi, del potere è però un contorno alla vera missione di Afro, ovvero la pura e “semplice” vendetta filiale, per cui il guerriero è pronto a sacrificare qualsiasi cosa: amici, amore, rispetto per il proprio maestro, vite e affetti. Tutto. Una vita di battaglie solo per riscattare una singola vita interrotta, sangue per lavare vecchio sangue, che lascia terra bruciata laddove viene versato. Una trama da tragedia greca, insomma, in cui destino e libero arbitrio sono entità confuse, così come la volontà e l’inevitabilità, e tutto ciò che rimane è combattere.

Ma che cos’ha di così interessante e accattivante questa serie animata? Si potrebbe obiettare, infatti, che trama e personaggi non siano così diversi da tante altre serie nipponiche: di guerrieri solitari in viaggio per compiere una vendetta l’animazione giapponese (e non solo) è piena. Ma quest’anime è riuscito a colpirmi davvero tantissimo, per una serie di elementi che vorrei qui sintetizzare:

– lo stile dell’animazione, grafico e graffiante, dominato dai colori nero, rosso e grigio, che si distingue particolarmente nella caratterizzazione visiva dei personaggi maschili (di quelli femminili, mi duole dirlo, non c’è molto da dire: pochi e assolutamente insignificanti sotto tutti gli aspetti)

– lo stile della narrazione, che in questo caso può a ben ragione definirsi tarantiniano senza correre il rischio di abusare del termine. Il ritmo di quest’anime guarda esplicitamente al cinema e, in particolare, al cinema di Tarantino, grafico, rapido e tagliente come un “Eccomi” (volendo citare il grande Mayakovsky)

– l’ambientazione, un Giappone feudale ma dotato di tecnologie moderne, dove scienziati folli hanno le sembianze di avveniristiche bambole daruma e la colonna sonora del rapper RZA fa sembrare tutto una sorta di Bronx dove ad incrociarsi sono le lame delle spade

– il protagonista, un antieroe di quelli doc. Afro non è solo lontanissimo dal cliché “fisico” del samurai, ma è altresì lontano da qualsiasi parvenza di eroismo. La sua è una battaglia personale, apparentemente incurante del significato che circonda la Fascia n. 1: tutto ciò che vuole è vendicare suo padre e in nome di questo ideale/ossessione travolge nuovi affetti, amicizie, lealtà. Travolge il “qui ed ora” per un passato che lo costringerà a combattere sempre. Ma questo samurai povero di parole così come di espressioni facciali, di cui intuiamo la gioia e il dolore senza però percepirli sinceramente, ha in realtà un animo ben più oscuro, simboleggiato dallo strano personaggio che gli si accompagna continuamente, proiezione di un’interiorità, forse, ben più materialistica e pragmatica.

Dunque un anime che mostra più di un punto di contatto con il cinema, sicuramente statunitense, ma quel cinema statunitense che ha assimilato e “americanizzato” gli stilemi di un certo tipo di cinema orientale e giapponese in particolare. E se non basta la citazione, evidentissima, di Tarantino, c’è anche il nome di Samuel L.Jackson, produttore della serie, ad evidenziare il deciso, riuscitissimo legame tra Afro Samurai e il linguaggio stilistico del cinema d’azione.

Afro Samurai, di Takashi Okazaki

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