Archive | agosto, 2012

Katane, rap e guerrieri tarantiniani: Afro Samurai.

27 Ago

Orfana, ormai da troppo tempo, dei martedì sera passati a guardare anime giapponesi su MTV, vago su Youtube alla ricerca di “cartoni animati” interessanti; di quelli, per intenderci, che ti obbligano a spegnere il computer per evitarti di vedere tutte le puntate in una serata. Sin’ora mi è capitato di imbattermi in tre serie causanti gravi e immediate forme di dipendenza: Hellsing, Full Metal Alchemist ed Ergo Proxy, ma a questa breve lista posso a ben diritto aggiungere Afro Samurai. Tratto dal manga di Takashi Okazaki, è una storia di vendetta e di violenza, di odio (a bizzeffe) e di amore (invero, poco e maledetto), che sembra esser stata creata per compiacere un pubblico appassionato più all’azione che alla trama. Quest’ultima è riassumibile in poche parole: Afro, giovane samurai di colore, compie un lungo viaggio alla ricerca del guerriero che veste la Fascia n. 1, reo di aver ucciso suo padre, samurai a sua volta. Il particolare della fascia è importante, in quanto se la n. 1 certifica il massimo grado (e potere) raggiunto, le successive, in particolare  la n. 2, obbligano chi le indossa ad una vita di combattimenti e di dolori, unica strada per arrivare a ricoprire il titolo più alto.

Quella delle fasce e, quindi, del potere è però un contorno alla vera missione di Afro, ovvero la pura e “semplice” vendetta filiale, per cui il guerriero è pronto a sacrificare qualsiasi cosa: amici, amore, rispetto per il proprio maestro, vite e affetti. Tutto. Una vita di battaglie solo per riscattare una singola vita interrotta, sangue per lavare vecchio sangue, che lascia terra bruciata laddove viene versato. Una trama da tragedia greca, insomma, in cui destino e libero arbitrio sono entità confuse, così come la volontà e l’inevitabilità, e tutto ciò che rimane è combattere.

Ma che cos’ha di così interessante e accattivante questa serie animata? Si potrebbe obiettare, infatti, che trama e personaggi non siano così diversi da tante altre serie nipponiche: di guerrieri solitari in viaggio per compiere una vendetta l’animazione giapponese (e non solo) è piena. Ma quest’anime è riuscito a colpirmi davvero tantissimo, per una serie di elementi che vorrei qui sintetizzare:

– lo stile dell’animazione, grafico e graffiante, dominato dai colori nero, rosso e grigio, che si distingue particolarmente nella caratterizzazione visiva dei personaggi maschili (di quelli femminili, mi duole dirlo, non c’è molto da dire: pochi e assolutamente insignificanti sotto tutti gli aspetti)

– lo stile della narrazione, che in questo caso può a ben ragione definirsi tarantiniano senza correre il rischio di abusare del termine. Il ritmo di quest’anime guarda esplicitamente al cinema e, in particolare, al cinema di Tarantino, grafico, rapido e tagliente come un “Eccomi” (volendo citare il grande Mayakovsky)

– l’ambientazione, un Giappone feudale ma dotato di tecnologie moderne, dove scienziati folli hanno le sembianze di avveniristiche bambole daruma e la colonna sonora del rapper RZA fa sembrare tutto una sorta di Bronx dove ad incrociarsi sono le lame delle spade

– il protagonista, un antieroe di quelli doc. Afro non è solo lontanissimo dal cliché “fisico” del samurai, ma è altresì lontano da qualsiasi parvenza di eroismo. La sua è una battaglia personale, apparentemente incurante del significato che circonda la Fascia n. 1: tutto ciò che vuole è vendicare suo padre e in nome di questo ideale/ossessione travolge nuovi affetti, amicizie, lealtà. Travolge il “qui ed ora” per un passato che lo costringerà a combattere sempre. Ma questo samurai povero di parole così come di espressioni facciali, di cui intuiamo la gioia e il dolore senza però percepirli sinceramente, ha in realtà un animo ben più oscuro, simboleggiato dallo strano personaggio che gli si accompagna continuamente, proiezione di un’interiorità, forse, ben più materialistica e pragmatica.

Dunque un anime che mostra più di un punto di contatto con il cinema, sicuramente statunitense, ma quel cinema statunitense che ha assimilato e “americanizzato” gli stilemi di un certo tipo di cinema orientale e giapponese in particolare. E se non basta la citazione, evidentissima, di Tarantino, c’è anche il nome di Samuel L.Jackson, produttore della serie, ad evidenziare il deciso, riuscitissimo legame tra Afro Samurai e il linguaggio stilistico del cinema d’azione.

Afro Samurai, di Takashi Okazaki

Parlaci di te (ma che domanda è)?

21 Ago

Parlaci un po’ di te-: non poche volte mi è stata posta questa richiesta. Ci pensavo ieri, mentre ero al lavoro su di un nome da trovare per un’azienda; barricata tra i vocabolari e gli appunti su cui stendere le prime proposte, all’improvviso è risuonata nella mia mente, quasi che il mio stesso Io stesse ponendomi la domanda.

Sono sempre andata in crisi quando, durante un colloquio di lavoro o semplicemente chiacchierando con qualcuno del più e del meno, mi è stata posta questa richiesta. Ricordo all’università, durante l’esame di storia moderna: la professoressa mi spiazzò totalmente perché la sua prima domanda fu -Parlami del ‘500-. La risposta fu un balbettio da pesce lesso, strategia di scarso successo atta a prender tempo, mentre cercavo nella mia testa qualcosa da cui partire e pensavo -Che razza di domanda è parlami del ‘500?!-. Ancor oggi, credo che sia stata una delle domande d’esame più difficili a cui abbia risposto, perché dietro quella secca semplicità, dietro quella cifretta da manuale di storia, si ergeva un universo intero, fatto di battaglie e opere d’arte, di politici e poveracci, di scoperte scientifiche e tribunali della Santa Inquisizione. E poi, il ‘500…il primo? il tardo? italiano? tedesco? da che parte iniziare? di che cosa parlare per prima? cosa merita d’esser citato, cosa d’esser nascosto?.

Ecco, tutte le volte che qualcuno mi ha chiesto di parlargli di me, ho provato lo stesso breve spiazzamento che suscitò quella domanda d’esame. “Me” è una parola brevissima, sottile e lineare come un orizzonte dietro cui, però, si nascondono infinite distese di mare. Cosa devo dirti di me? Cosa vuoi sapere? Meglio iniziare dagli studi che ho fatto o dalla mia passione per i gatti? Devo dire che non so cucinare?  Che non mi piace guidare? Cosa devo e cosa voglio?. Certo, in un colloquio di lavoro non so quanto sarebbe utile svelare che do un nome ad ogni mio computer, nè credo che ad un conoscente possa interessare il mio amore per il cinema d’animazione dell’est europeo. Ma non è questo il punto. Pertinenza a parte, –parlaci di te– è una domanda così falsamente ingenua, così insidiosa, così profonda che finisco sempre per rispondere al mio interlocutore con una sorta di “scaletta preimpostata”, che pone la domanda sui solidi binari della formalità e l’allontana da quelle porte sul proprio Io che, molto spesso, nemmeno noi sappiamo come aprire. O di avere.

Art by Chema Madoz

Cappuccini vittoriani e tg idioti.

17 Ago

In attesa di riprendere i pieni ritmi della vita lavorativa, mi godo in queste giornate quei piccoli rituali quotidiani che, per quanto preziosi, tendo sempre a strapazzare in periodi non vacanzieri. Tra questi, vi è innanzitutto la colazione, forse il “pasto” della giornata che più preferisco in assoluto. Della colazione mi piace non solo il suo essere “benzina” senza cui non potrei completamente svegliarmi, ma anche gli odori morbidi e accoglienti, il colore bianco del latte e il nero odoroso del caffè, le piramidi di biscotti da intingere o mangiare “alla crudele”. In genere mando giù un cappuccino bollente e mangio un biscotto volante così, giusto per metter qualcosa nello stomaco, ma le vacanze mi permettono di riconquistare il tempo lento e di lasciarmi andare ai ricordi.

Perché la colazione, per me, è una sorta di momento-portale puntato verso la mia infanzia, quando questo rituale mattutino era accompagnato dai “cartoni animati” che trasmettevano in TV, quasi sempre giapponesi, quasi sempre bellissimi, soprattutto se confrontati a molti di quelli attuali. Da piccola ero una divoratrice di cartoon e posso dire di esser cresciuta con alcune delle serie più belle che siano giunte in Italia: Lady Oscar, I Cavalieri dello Zodiaco, Ken il Guerriero, Georgie, Pollon (quest’ultimo era un appuntamento fisso della mattina e la sigla di chiusura segnava, inevitabilmente, l’ora di muoversi per andare a scuola). Erano serie lunghe, dalle storie complesse e dai personaggi ben caratterizzati; serie che avevano lo stesso fascino di un romanzo dalle molte pagine e i continui colpi di scena e che, pur pesantemente censurate e rimaneggiate qui in Italia, avevano il pregio di poter essere viste e apprezzate dal pubblico di qualsiasi età, senza essere pesantemente legate ad un’attività di merchandising (come lo sono, invece, molte delle serie che oggi propinano a bambini e adolescenti).

Pensavo  che questo tipo di “cartoni animati”, che questo tipo di storie, non passassero più per la TV generalista, e invece in questi giorni, mentre mi dilungavo nel riscoperto rituale della colazione, ho trovato questa piccola perla: Emma, una storia romantica (Victorian Romance Emma). Per il momento ho visto solo qualche puntata, bastante a farmi capire la trama nel suo complesso (la storia d’amore, ovviamente tormentata e impossibile, tra una cameriera intelligente e sensibile e un nobile di valore nell’Inghilterra ottocentesca) e a farmi catapultare su internet per saperne di più sul manga e la sua autrice, Kaoru Mori. Quello che più mi ha colpito di quest’opera, al di là del fascino che sempre suscitano l’ambientazione vittoriana e le tormentate storie d’amore, è proprio l’aver rivisto in TV, in quella stessa TV che castra i migliori cartoon per lasciare via libera ad orrori di infimo livello, un cartone animato bello come quelli che vedevo durante la mia infanzia. I disegni, malgrado una certa legnosità e la somiglianza dei visi tra i vari personaggi, sono molto gradevoli e l’ambientazione mi sembra davvero ben curata; i personaggi, in particolare, non sono figurine senz’anima, buoni solo per esser trasformati in giocattoli, ma hanno un loro “corpo morale” e una loro personalità. In Emma mi è sembrato di rivedere i personaggi femminili della mia infanzia, belle e forti, inserite in un universo ostile e maschilista ma mai arrendevoli e sottomesse. E la cosa, tra un cappuccino e l’altro, mi ha sorpreso non poco, considerato che, appena poche ore più tardi, un TG di quella stessa emittente indugiava sul successo mediatico ed economico ottenuto da una giovane e disinibita minorenne. Ciò che servirebbe realmente a questa TV deficiente sono, forse, più cartoni animati fatti bene e meno TG idioti.

Emma – A Victorian Romance, di Kaoru Mori

Filastrocca di Ferragosto

16 Ago

Una delle cose che più amo fare è rimanere a casa a Ferragosto. Le spiagge si riempiono, mentre la città si svuota, e in questo tranquillo silenzio di luogo spopolato è davvero bello mettersi a leggere. E a scrivere.

Non so come mi sia venuta in mente, ma ieri avevo voglia di scrivere una filastrocca su un orologio a cucù, e il risultato è stata questa coda di rime che mi hanno messo il buon umore 🙂

“Un giorno mia madre

Tornò da Berlino

Dicendo contenta

-per te, un pensierino-.

Ed era, di legno,

un orologio a cucù

con un canarino

rosso, giallo e blu,

con occhietti vispi e un sorrisetto

che definirei a dir poco furbetto.

Era un orologio davvero speciale

Che non puoi regalare, nemmeno a Natale.

I numeri erano facce dispettose,

boccacce diverse, pernacchie furiose.

Le lancette eran sempre ferme a chiacchierare

E segnare l’ora le poteva disturbare.

Ma il peggio di tutti era il canarino

Furbetto e davvero gran birichino.

Mangiava polvere e trucioletti

E nella notte mi dava buffetti

Con le sue alucce di legno e vernice

Come se fosse l’aquila imperatrice.

Quando l’ora doveva annunciare

O era a nanna o a mangiucchiare.

Io a scuola ritardo facevo

E di note una collezione avevo.

-Dimmi l’orario, non esser mogio-

Ma lui mi rispondeva – comprati un altro orologio-.

Io gridavo –basta, fai il tuo dovere!-

E lui rispondeva

-Ma mi faccia il piacere!

Io del tempo un baffo mi faccio

Volo e mangio come un ragazzaccio-.

Ma un regalo di mamma non si può buttar via

Ed ecco che è ancora qui a casa mia.

Da allora ritardo al lavoro e alle feste,

Ai funerali e alle promesse,

E ogni volta un mucchio di sguardi

Mi dicon di esser un gran tiratardi.

Il canarino ride e svolazza contento,

A lui importa sol vivere, e non si cura del Tempo”.

Disegno di Nicola Vignapiano

15 Ago

Parla parole è il mio piccolo spazio. Un luogo dove pubblicare ciò che scrivo, articoli e recensioni in primis. Ma anche qualche riflessione, o i miei esperimenti letterari, divertissement senza alcuna pretesa se non quella di esercitarmi e distrarmi dalla routine quotidiana del lavoro. Parla parole: ovvero un luogo da dedicare al chiacchiericcio delle lettere.