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Fare contro Pensare, ovvero quando laurearsi è una colpa.

26 Ott

Sia chiaro: non ho assolutamente nulla contro chi fa una professione tecnico-artigianale, né contro chi questo tipo di scuole ha fatto. Dal mio punto di vista ognuno dev’essere libero di fare ciò che più gli aggrada e non è detto che tutti debbano raggiungere il traguardo della laurea per sentirsi realizzati. Da laureata in Storia dell’Arte ed ex allieva di un liceo Classico, però, mi fanno terribilmente imbestialire i continui, sistematici attacchi rivolti a chi  ha frequentato il liceo o nei confronti di chi si è iscritto ad una facoltà umanistica o nei confronti di coloro che hanno deciso, ahimè, di “rimandare” il loro personale appuntamento con la storia per stare con la testa sui libri e studiare all’Università.

Di solito non guardo i telegiornali, ma lascio la TV accesa in sottofondo, soprattutto quando sto facendo un lavoro particolarmente noioso, e questo mi fa spesso incappare nei nostri patrii notiziari televisivi. Proprio ieri, mentre sorseggiavo il mio caffè corretto col latte, sento un titolo del TG2 che ha particolarmente catturato la mia attenzione. Nel titolo in questione si annunciava il soddisfacente superamento delle iscrizioni negli istituti tecnici, le scuole del “fare”, rispetto ai licei.

Inizialmente non riuscivo a capire perché la voce della giornalista si ripetesse in loop nella mia mente: detto in modo estremo, che i ragazzi di oggi si iscrivano più ad un istituto tecnico rispetto ad un liceo può, nel migliore dei casi, farmi piacere, nel peggiore dei casi non cambiarmi minimamente la giornata. Ricordo molti ragazzini e ragazzine a cui ho dato ripetizioni negli anni passati, giovanotti e giovanotte costretti dai genitori a frequentare un liceo o l’Università sebbene ciò che desiderassero più fare fosse “imparare un mestiere” e mettersi a lavorare; così come ricordo molti ragazzetti e ragazzette, nobili braccia rubate all’agricoltura, costretti a prepararsi per la lezione di filosofia o di letteratura inglese quando avrebbero preferito cimentarsi con discipline dall’approccio più pratico e meno metafisico. Lo stesso servizio non conteneva nulla di particolarmente significativo da colpirmi, eppure quel “fare” così in bella vista, così esaltato, così ricco di significato ha suscitato in me un fastidio reale e profondo; anzi, diciamo che mi ha fatto proprio incavolare, ed è presto detto il perché:

perché quel “fare” posto così in evidenza presuppone una categoria contrapposta, ovvero quella del “pensare”. Categorie che già di per sé non hanno senso, soprattutto se riferite alla scuola, dove fare e pensare dovrebbero andare a braccetto sia negli istituti tecnici che nei licei

perché il “fare” a cui si riferiscono questi nostri giornalisti, questi nostri politici, è quello del mestiere, inteso come lavoro prettamente manuale di cui, ce lo sentiamo ripetere sempre, in Italia c’è tanto tanto tanto bisogno (a differenza di coloro che praticano le ormai inflazionate “arti liberali”, choosy bravi solo a lamentarsi)

perché, secondo questa logica, il “fare” appartiene solo a chi fa un lavoro manuale, a chi produce qualcosa di fisico e materiale, mentre chi appartiene alle categorie delle professioni intellettuali non fa perché pensa troppo, dice troppe chiacchiere che, a conti fatti, di concreto e produttivo non hanno nulla.

Ieri pomeriggio, dunque, per la prima volta mi sono resa conto che non ho “fatto” nulla nella mia vita. Almeno secondo questa logica. Perché mi sono diplomata al liceo Classico, tempio della “chiacchiera vacante” (per mutuare un’espressione dal mio dialetto), ovvero della chiacchiera vuota, priva di materiale e concreta ripercussione (dopo tutto, con la parafrasi di Omero non ci confezioni un vestito né ci ripari una tubatura o servi in tavola una pietanza prelibata). Non contenta, ho continuato a fare il parassita della società iscrivendomi ad una facoltà inutile come Storia dell’Arte, in un paese che ama masturbarsi con il pensiero di avere il maggior numero di opere d’arte al mondo bla bla bla per poi fregarsene totalmente o usare suddette opere per ottenere soldi, pochi, sporchi e veloci. Infine mi sono messa a fare, mi si passi il termine improprio, un lavoro che evidenzia in tutto e per tutto la mia propensione all’accidia sociale.

Probabilmente queste sono tutte mie elucubrazioni senza capo né coda e nulla di tutto questo era minimamente inteso nel servizio incriminato. Ma questo “fare” pesa su noi laureati come un macigno, come una colpa, perché effettivamente chi ha deciso di studiare, di specializzarsi in una professione, per questa gente che parla e che comanda altro non è che un arrogante, una persona che non fa e che, quindi, è fondamentalmente inutile. Inutile quanto il pensare.