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Occhi di maschio, di Daniela Brancati.

30 Nov

Occhio di maschioQuella di Daniela Brancati è una storia della TV raccontata dalla parte dei vinti, ovvero delle donne. Perché altro non sono coloro la cui immagine è stata narrata, definita, modellata dall’occhio dei vincitori. Occhio di maschio, occhi dei maschi, che la TV la fanno, la dominano. Che l’hanno dominata sino ad oggi, visto e considerato che Lorenza Lei, ex direttrice della Rai, è stata la prima donna ad aver ricoperto, sin’ora, questo ruolo in Italia.

Pur godendo dell’oggettività e dell’obiettività dei dati, delle ricerche statistiche, delle tabelle,  la storia raccontata dalla Brancati suscita rabbia e sdegno. Perché è il racconto di un disegno politico e culturale che risale ai tempi del fascismo (per cui la donna altro non era se non moglie e madre) e si è perpetuato, alimentato, accresciuto lungo il corso del dopoguerra, attraverso modalità diverse ma lasciando, sostanzialmente, inalterato l’obiettivo di fondo. Tra le pudiche vallette delle trasmissioni degli anni ’50 e le attuali veline e simili, sembra esservi un abisso; in realtà, solo di forma. In entrambi i casi, infatti, il ruolo subordinato della donna rispetto al conduttore è palese e ben presente agli occhi dello spettatore. E ancor più rabbia fanno le giustificazioni di un certo tipo di mercificazione del corpo femminile, quelle che affermano di giocare con lo stereotipo della “donna oggetto” al fine di denunciarlo. Per usare le parole della Brancati, è parodia, si dirà. Forse, ma perché sempre sulla nostra pelle? […] Ciò che gli uomini non capiscono – i migliori intendo, che degli altri non merita parlare – è che un’immagine proposta una volta è per ridere. Proposta per 65 puntate (più le repliche) diventa un modello.

Pur essendo stata scritta da una studiosa e professionista con anni di televisione alle spalle (è stata, infatti, la prima direttora di un TG nazionale in Italia), questa storia della TV italiana edita dall’editore Donzelli ha il sapore amaro, tragico, di una guerra che, anche se non ancora persa, ha conosciuto più sconfitte che vittorie. Il risultato di queste sconfitte mostrano una situazione ancor oggi sbilanciata in modo grottesco; una situazione in cui, proprio come negli spot di cinquant’anni fa, ancor oggi vediamo pubblicità in cui alla donna sono destinati i lavori domestici: suo è il compito di eliminare l’enorme batuffolo di polvere che si aggira per la stanza; suo il compito di pulire il pentolone incrostato per poter diventare regina del reame (di casa, ovviamente); sua la casetta perfetta che il marito, eterno bambino, sporca giocando con i suoi amici. La donna in TV è chiamata a mostrarsi, a lamentarsi, ad impressionarsi. Non conviene che lei vesta il ruolo di esperta, se non del gossip o degli affari di cuore, e le quote rosa altro non sono che il tentativo di imporre, con la “forza”, quello che ancor oggi a livello socio culturale, a livello pratico, non avviene.

Ripercorrendo gli anni salienti della storia della televisione italiana, Daniela Brancati restituisce, dunque, un impietoso resoconto sulla società italiana, per cui l’unica, reale regola che vale ed è sempre valsa è che tutto cambi affinché non cambi, in realtà, proprio nulla. Un libro assolutamente imperdibile.

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Titolo: Occhi di maschio.

Autore: Daniela Brancati.

Editore: Donzelli.

Pagine: 291.

Prezzo: 18,00 euro.

Pubblicazione: luglio 2011.

ISBN: 978-88-6036-634-4

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Cappuccini vittoriani e tg idioti.

17 Ago

In attesa di riprendere i pieni ritmi della vita lavorativa, mi godo in queste giornate quei piccoli rituali quotidiani che, per quanto preziosi, tendo sempre a strapazzare in periodi non vacanzieri. Tra questi, vi è innanzitutto la colazione, forse il “pasto” della giornata che più preferisco in assoluto. Della colazione mi piace non solo il suo essere “benzina” senza cui non potrei completamente svegliarmi, ma anche gli odori morbidi e accoglienti, il colore bianco del latte e il nero odoroso del caffè, le piramidi di biscotti da intingere o mangiare “alla crudele”. In genere mando giù un cappuccino bollente e mangio un biscotto volante così, giusto per metter qualcosa nello stomaco, ma le vacanze mi permettono di riconquistare il tempo lento e di lasciarmi andare ai ricordi.

Perché la colazione, per me, è una sorta di momento-portale puntato verso la mia infanzia, quando questo rituale mattutino era accompagnato dai “cartoni animati” che trasmettevano in TV, quasi sempre giapponesi, quasi sempre bellissimi, soprattutto se confrontati a molti di quelli attuali. Da piccola ero una divoratrice di cartoon e posso dire di esser cresciuta con alcune delle serie più belle che siano giunte in Italia: Lady Oscar, I Cavalieri dello Zodiaco, Ken il Guerriero, Georgie, Pollon (quest’ultimo era un appuntamento fisso della mattina e la sigla di chiusura segnava, inevitabilmente, l’ora di muoversi per andare a scuola). Erano serie lunghe, dalle storie complesse e dai personaggi ben caratterizzati; serie che avevano lo stesso fascino di un romanzo dalle molte pagine e i continui colpi di scena e che, pur pesantemente censurate e rimaneggiate qui in Italia, avevano il pregio di poter essere viste e apprezzate dal pubblico di qualsiasi età, senza essere pesantemente legate ad un’attività di merchandising (come lo sono, invece, molte delle serie che oggi propinano a bambini e adolescenti).

Pensavo  che questo tipo di “cartoni animati”, che questo tipo di storie, non passassero più per la TV generalista, e invece in questi giorni, mentre mi dilungavo nel riscoperto rituale della colazione, ho trovato questa piccola perla: Emma, una storia romantica (Victorian Romance Emma). Per il momento ho visto solo qualche puntata, bastante a farmi capire la trama nel suo complesso (la storia d’amore, ovviamente tormentata e impossibile, tra una cameriera intelligente e sensibile e un nobile di valore nell’Inghilterra ottocentesca) e a farmi catapultare su internet per saperne di più sul manga e la sua autrice, Kaoru Mori. Quello che più mi ha colpito di quest’opera, al di là del fascino che sempre suscitano l’ambientazione vittoriana e le tormentate storie d’amore, è proprio l’aver rivisto in TV, in quella stessa TV che castra i migliori cartoon per lasciare via libera ad orrori di infimo livello, un cartone animato bello come quelli che vedevo durante la mia infanzia. I disegni, malgrado una certa legnosità e la somiglianza dei visi tra i vari personaggi, sono molto gradevoli e l’ambientazione mi sembra davvero ben curata; i personaggi, in particolare, non sono figurine senz’anima, buoni solo per esser trasformati in giocattoli, ma hanno un loro “corpo morale” e una loro personalità. In Emma mi è sembrato di rivedere i personaggi femminili della mia infanzia, belle e forti, inserite in un universo ostile e maschilista ma mai arrendevoli e sottomesse. E la cosa, tra un cappuccino e l’altro, mi ha sorpreso non poco, considerato che, appena poche ore più tardi, un TG di quella stessa emittente indugiava sul successo mediatico ed economico ottenuto da una giovane e disinibita minorenne. Ciò che servirebbe realmente a questa TV deficiente sono, forse, più cartoni animati fatti bene e meno TG idioti.

Emma – A Victorian Romance, di Kaoru Mori